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730/2019: ultime news

L’Agenzia delle Entrate ha definito i criteri per individuare gli elementi di incoerenza delle dichiarazioni con saldo a credito che giustificano i controlli preventivi sui modelli 730/2019. Inoltre, oggi, è l’ultimo giorno per annullare il 730 precompilato errato (Agenzia Entrate – provvedimento 19 giugno 2019, n. 207079).

L’Agenzia delle Entrate ha specificato che gli elementi di incoerenza delle dichiarazioni con esito a rimborso, presentate dai contribuenti con modifiche rispetto alla dichiarazione pre-compilata che incidono sulla determinazione del reddito o dell’imposta, vengono individuati nello scostamento per importi significativi dei dati risultanti nei modelli di versamento, nelle certificazioni uniche e nelle dichiarazioni dell’anno precedente, o nella presenza di altri elementi di significativa incoerenza rispetto ai dati inviati da enti esterni o a quelli esposti nelle certificazioni uniche.
È considerato altresì elemento di incoerenza delle dichiarazioni dei redditi modello 730/2019 con esito a rimborso la presenza di situazioni di rischio individuate in base alle irregolarità verificatesi negli anni precedenti.
I criteri di incoerenza possono riguardare oltre alle dichiarazioni presentate direttamente dai contribuenti, o dai sostituti d’imposta, anche quelle affidate a Caf e professionisti abilitati.
La verifica avviene con modalità di cooperazione tra l’Agenzia delle Entrate e l’Inps.

Ultimo giorno per annullare il 730 precompilato

Oggi, 20 giugno 2019, è inoltre l’ultimo giorno a disposizione per i contribuenti per annullare il 730 già trasmesso.
L’annullamento è richiesto per errori riscontrati e può essere richiesto una sola volta.
Una volta annullato il 730, all’Agenzia delle Entrate non risulta presentata alcuna dichiarazione e, quindi, il contribuente dovrà trasmetterne una nuova, altrimenti la dichiarazione risulterà omessa.
Nello specifico, dopo il 20 giugno è possibile correggere la dichiarazione precedentemente inviata:
– presentando al Caf o al professionista un 730 integrativo, entro il 25 ottobre;
– trasmettendo, tramite l’applicazione web, il modello Redditi correttivo entro il 30 settembre o il modello Redditi integrativo dopo il 30 settembre.

Compensi ai colleghi medici per sostituzione: diritto al rimborso Irap

Con la recente Ordinanza n. 16278/2019, la Corte di Cassazione ha confermato il diritto al rimborso dell’Irap in favore di un medico pediatra, affermando che non costituiscono fattori sufficienti ad integrare il presupposto di autonoma organizzazione, compensi significativi ma costanti, le spese per una dipendente con mansioni di segretaria/infermiera e il pagamento di compensi a colleghi medici per sostituzioni obbligatorie

FATTO
L’Agenzia delle Entrate ha opposto silenzio-rifiuto nei confronti dell’istanza di rimborso presentata da un medico pediatra convenzionato SSN in relazione ai versamenti IRAP non dovuti per mancanza del presupposto dell’autonoma organizzazione.
Su ricorso del medico, i giudici tributari hanno riconosciuto il diritto al rimborso sostenendo che visti i compensi significativi, ma costanti, la presenza di una segretaria/infermiera rispondente all’esigenza di offrire determinati standard di qualità del servizio e i compensi a terzi riferiti al commercialista ed ad alcune sostituzioni dello stesso medico, non si configurava un’autonoma organizzazione che giustificasse l’assoggettamento del professionista al pagamento dell’IRAP.
L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione sul rilievo che, avendo alle proprie dipendenze del personale, l’attività professionale gestita dal medico presentava le caratteristiche di quell’autonomia organizzativa, costituente il quid pluris oggetto di tassazione, per cui doveva ritenersi onere del professionista provare l’insussistenza dei “requisiti minimi” dell’autonoma organizzazione presupposto d’imposta.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Nel confermare la decisione dei giudici tributari, con conseguente rigetto del ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha ricordato che secondo il principio di diritto affermato dalla giurisprudenza riguardo al presupposto IRAP, il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente:
a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;
b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente esecutive.
Lo stesso limite segnato in relazione ai beni strumentali – eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione – non può che valere, armonicamente, per il fattore lavoro, la cui soglia minimale si arresta all’impiego di un collaboratore, il cui apporto, “mediato o generico”, all’attività svolta dal contribuente si concreti nell’espletamento di mansioni di segreteria o generiche o meramente esecutive.
Per quanto concerne le spese per compensi a terzi, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che, qualora si tratti di compensi corrisposti a colleghi medici, in caso di sostituzione obbligatoria, circostanza frequente nei medici di base che debbono assicurare un servizio continuativo, il dato non rileva ai fini dell’assoggettamento ad IRAP.
Analoga conclusione di irrilevanza vale per i compensi corrisposti al commercialista non dipendente per la tenuta della contabilità, essendo compresa tale attività, per la quale è richiesto un apporto tecnico in ragione delle connesse responsabilità anche fiscali, nella gestione minimale di qualunque attività professionale.
In conclusione, secondo la Corte Suprema, il medico pediatra che, ai fini dell’espletamento della propria attività professionale, si avvale di una dipendente con funzioni di segretaria (nel caso di specie con una spesa di circa 5 mila euro all’anno), e corrisponde compensi a terzi riferiti al commercialista e ad alcune sostituzioni da parte di colleghi medici, deve ritenersi non soggetto ad IRAP e, dunque, ha diritto al rimborso dell’imposta versata.

Collaboratore e amministratore delegato: bonus finale

Il compenso aggiuntivo, ad integrazione di quanto già erogato, non può essere liquidato se gli atti negoziali intercorsi tra le parti non contegono elementi idonei e sufficienti per consentire una determinazione di tale emolumento.

Il Tribunale di Milano aveva rigettato la domanda del collaboratore e poi anche amministratore delegato diretta ad ottenere il pagamento di un bonus finale, in subordine anche liquidato equitativamente, previsto dal contratto di collaborazione coordinata e continuativa stipulato con durata fino al dicembre 2003 – poi rinnovato fino al 31 dicembre 2006.
La Corte di merito, dopo aver precisato che il Tribunale aveva respinto la domanda ritenendo che non fosse rinvenibile negli atti negoziali intercorsi tra le parti la previsione di un emolumento alla cessazione dell’incarico ed in particolare per la carica di amministratore, ha ribadito che sia nel contratto del 2001 sia nel contratto rinnovato del 2003 non vi fosse la previsione di un bonus finale nel senso dedotto dall’appellante.
Avverso la decisione è stato proposto ricorso per cassazione affidato ad un solo articolato motivo: avrebbe errato la Corte nel ritenere che non vi fossero elementi per determinare il bonus finale; in realtà la Corte – secondo il ricorrente – aveva riconosciuto che la società aveva un obbligo contrattuale di determinare il bonus finale, ma che non aveva ottemperato a tale obbligo. La Corte di appello infatti aveva rilevato che il ricorrente avrebbe potuto agire per il risarcimento del danno da inadempimento, ma che tale azione non era stata esperita. Ciò confermerebbe l’esistenza del diritto vantato.
Il motivo è in parte inammissibile perché privo di specificità, oltre che di autosufficienza, con riferimento ai motivi per i quali il ricorrente richiede la cassazione della sentenza in parte infondato. Infatti, pur non essendo necessaria la specifica indicazione delle norme violate, è necessaria un’esatta collocazione giuridica della pretesa violazione normativa.
Nel caso in esame il ricorrente riconduce la fonte del suo diritto tanto a norme che riguardano il rapporto di lavoro subordinato – art.2126 c.c. – , quanto alla norma di cui all’art.2233 c.c. in punto di prestazione d’opera intellettuale, ma non fa riferimento alcuno alla disciplina di cui all’art.2389 c.c., pur trattandosi di un rapporto di tipo societario.
Inoltre, nel ricorso manca principalmente una trasposizione coerente ed organica della parte rilevante dei documenti che si deducono essere le fonti del diritto vantato.
Solo in una delibera assembleare citata, invero, vi è un riferimento – che tuttavia sembra essere un “mero appunto”- alla spettanza di un bonus finale, laddove si precisa ” la misura del bonus sarà concordata tra le parti sulla base del rapporto quantitativo / qualitativo tra la situazione economico – patrimoniale e industriale del gruppo, risultante dal bilancio consolidato e quella in atto al termine del contratto”.
Non ha errato la Corte di merito, dunque, nel ritenere che la previsione del Bonus effettuata nella delibera assembleare in questione non è tale da contenere elementi idonei e sufficienti per consentire una determinazione di tale emolumento.
Nella fattispecie in esame si tratta in realtà della previsione di un compenso aggiuntivo – bonus finale – ad integrazione di quanto già erogato, che la società non ha determinato, avendo ancorato tale determinazione al verificarsi di condizioni genericamente individuate.
Il ricorso deve quindi essere rigettato (cfr. Cassazione, Ordinanza n. 16040/2019).