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Ripartizione della detrazioni figli: rilevanza del reddito forfetario

In tema di ripartizione delle detrazioni per figli a carico, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che in presenza di un reddito di impresa o di lavoro autonomo prodotto in regime forfetario, la detrazione può essere accordata per intero al coniuge con il reddito assoggettato a tassazione ordinaria soltanto se questo è superiore al reddito forfetario. In caso contrario la quota di detrazione imputabile del coniuge “forfetario” andrà perduta (Risoluzione n. 69/E del 2019).

QUESITO

Con riferimento alle detrazioni per familiari a carico si chiede se un lavoratore dipendente coniugato con libera professionista in regime forfetario, previo accordo tra gli stessi, possa beneficiare dell’intera detrazione per figli a carico, prescindendo dalla circostanza che abbia o meno un reddito complessivo più elevato, in considerazione del fatto che il beneficio è espressamente escluso per i soggetti in regime forfetario.

PARERE DEL FISCO

In base alla disciplina in materia di detrazioni IRPEF per carichi di famiglia, la detrazione per figli a carico è ripartita nella misura del 50 per cento tra i genitori non legalmente ed effettivamente separati ovvero, previo accordo tra gli stessi, spetta al genitore che possiede un reddito complessivo di ammontare più elevato.
Quindi, il criterio dell’attribuzione ai genitori in egual percentuale può essere derogato nella sola ipotesi in cui i genitori si accordino per attribuire l’intera detrazione a quello dei due che possiede il reddito complessivo di ammontare più elevato.
Per espressa previsione normativa, le detrazioni per carichi di famiglia non spettano ai contribuenti che aderiscono al regime forfetario, in quanto i ricavi o compensi sono assoggettati ad imposta sostitutiva e non concorrono alla formazione del reddito complessivo. Ai fini della determinazione dell’imposta, è possibile dedurre dal reddito forfetario esclusivamente i contributi previdenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge.
Tuttavia, il reddito determinato secondo i criteri del regime forfetario rileva:
– unitamente al reddito complessivo, ai fini della determinazione del limite di euro 2.840,51 per considerare i familiari fiscalmente a carico;
– al lordo dei contributi previdenziali, ai fini della comparazione del reddito più elevato per stabilire quale genitore possa fruire della detrazione per figli a carico per l’intero importo.
A tal proposito, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che, in applicazione delle regole generali che disciplinano le detrazioni per carichi di famiglia, il coniuge che determina l’IRPEF in modo ordinario può fruire della detrazione per figli a carico nella misura del 100 per cento, nella sola ipotesi in cui possieda un reddito complessivo più elevato rispetto al reddito del coniuge “forfetario”, che rileva al lordo dei contributi previdenziali, unitamente agli altri redditi eventualmente conseguiti.
Nell’ipotesi contraria, in cui il reddito forfetario risulti superiore, la quota di detrazione per figli a carico spettante al coniuge titolare, non può essere fruita da quest’ultimo ne dall’altro coniuge.
In ogni caso, resta ferma la possibilità per il coniuge in regime fiscale forfetario di optare per il regime ordinario di tassazione, laddove l’applicazione di detto regime risulti più conveniente rispetto a quello forfetario.

Prescrizioni del Garante per poter trattare categorie particolari di dati

L’Autorità ha adottato un provvedimento, in corso di pubblicazione sulla G.U., che contiene gli obblighi che dovranno essere rispettati da un numero elevato di soggetti, pubblici e privati, in diversi settori per poter trattare particolari categorie di dati personali, come quelli legati alla salute, alle opinioni politiche, all’etnia, all’orientamento sessuale.

Terminata la procedura di revisione alla luce del nuovo Regolamento europeo delle autorizzazioni generali rilasciate dal Garante privacy nel 2016 quando era in vigore la precedente normativa. A conclusione della consultazione pubblica, l’Autorità ha adottato un provvedimento, in corso di pubblicazione sulla G.U., che contiene gli obblighi che dovranno essere rispettati da un numero elevato di soggetti, pubblici e privati, in diversi settori per poter trattare particolari categorie di dati personali, come quelli legati alla salute, alle opinioni politiche, all’etnia, all’orientamento sessuale.
Le prescrizioni riguardano il trattamento di queste categorie particolari di dati nei rapporti di lavoro; il trattamento degli stessi dati da parte degli organismi di tipo associativo, delle fondazioni, delle chiese e associazioni o comunità religiose, cosi come da parte degli investigatori privati; nonché il trattamento dei dati genetici e il trattamento effettuato per scopi di ricerca scientifica.
Il provvedimento, adottato in base al decreto legislativo n.101 del 2018 che ha adeguato la normativa nazionale al Regolamento Ue, tiene conto dei contributi maggiormente significativi e pertinenti inviati dai partecipanti alla consultazione.
Nello stesso provvedimento l’Autorità ha precisato che l’autorizzazione generale sul trattamento dei dati giudiziari da parte di privati, enti pubblici economici e soggetti pubblici cessa di produrre i propri effetti non rientrando tra le situazioni di trattamento richiamate dell’art. 21 del dlgs. n.101/2018. Viene chiarito, inoltre, che le autorizzazioni generali n. 2, 4 e 5 – riguardanti rispettivamente il trattamento dei dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, il trattamento dei dati sensibili da parte dei liberi professionisti e il trattamento dei dati sensibili da parte di diverse categorie di titolari – cessano anche esse di produrre i propri effetti in quanto prive di specifiche prescrizioni.

In materia di diritto all’oblio, invece, il Garante fissa il principio secondo cui può essere invocato – in casi particolari – anche partendo da dati presenti sul web che non siano il nome e il cognome dell’interessato, nel caso in cui essi lo rendano comunque identificabile, anche in via indiretta. E’ il caso del reclamo di un professionista che aveva richiesto invano a Google la deindicizzazione di una Url che risultava reperibile on line digitando non il proprio nome, ma il riferimento alla sua qualifica di presidente di una determinata cooperativa. Notizia non più attuale e non aggiornata, relativa ad un rinvio a giudizio avvenuto dieci anni prima, riguardo al quale era poi però intervenuta una sentenza definitiva di assoluzione. La permanenza in rete della notizia rappresentava, ad avviso dell’interessato, un gravissimo pregiudizio alla propria reputazione.
Alla richiesta dell’interessato di rimuovere l’Url contestata, Google aveva opposto rifiuto. Diversamente, l’Autorità – in tale specifica circostanza – ha ritenuto fondata la richiesta del professionista. Il pregiudizio subito dall’interessato dalla reperibilità sul web della Url in questione non poteva ritenersi bilanciato da un interesse della collettività a conoscere informazioni che risultavano inesatte e non aggiornate alla luce degli sviluppi procedimentali avuti poi dalla vicenda (Nota Garante privacy n. 456/2019).

Assenza alla visita fiscale: condotta collaborativa e necessità indifferibili esimono dalla responsabilità

In riferimento alla questione dell’assenza del lavoratore in malattia alla visita medica di controllo, con conseguente mancato riconoscimento dell’indennità di malattia da parte dell’Inps, l’accertamento giudiziale deve essere effettuato in ragione della finalità di appurare quali siano state le ragioni di indifferibilità dell’allontanamento dal domicilio allegate dal lavoratore e di verificare i motivi della mancata collaborazione con l’ente previdenziale, sia che si tratti di un caso di una situazione cogente che abbia reso indifferibile la presenza del lavoratore in luogo diverso dal proprio domicilio durante le fasce orarie di reperibilità, oppure di una mera evenienza (Corte di Cassazione, sentenza 22 luglio 2019, n. 19668)

Una Corte d’appello territoriale, riformando la sentenza emessa dal Tribunale di prime cure, aveva accolto l’appello proposto da un lavoratore nei confronti dell’Inps per il riconoscimento dell’indennità di malattia. Nello specifico, la Corte aveva rilevato che il ricorrente aveva provato che in occasione dell’allontanamento dal domicilio durante le due visite mediche di controllo si era recato a ritirare i referti delle analisi cliniche alle quali si era sottoposto ed inoltre aveva fatto ricorso all’intervento di uno specialista.
Avverso tale sentenza ricorre in Cassazione l’Inps con un unico motivo, rappresentando che la Corte di merito si fosse limitata a verificare che il lavoratore era assente nell’arco temporale di reperibilità, senza accertare la ricorrenza di un giustificato motivo, socialmente apprezzabile in quanto caratterizzato dalla indifferibilità ed urgenza dell’attività da svolgere nelle fasce orarie previste per le visita di controllo.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. L’ingiustificata assenza del lavoratore alla visita di controllo, da cui deriva la decadenza, in varia misura, del lavoratore medesimo dal diritto al trattamento economico di malattia (art. 5, co. 14, D.L. 12 settembre 1983 n. 463, conv. in L. 11 novembre 1983 n. 638), non coincide necessariamente con l’assenza del lavoratore dalla propria abitazione, potendo essere integrata da qualsiasi condotta dello stesso lavoratore, pur presente in casa, che sia valsa ad impedire l’esecuzione del controllo sanitario per incuria, negligenza o altro motivo non apprezzabile sul piano giuridico e sociale. La prova dell’osservanza del dovere di diligenza incombe al lavoratore (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 22 maggio 1999, n. 5000).
In altri termini, il potere dell’ente previdenziale “debitore” di verificare il fatto generatore del debito (prima di pagare) non può essere vanificato dalla contrapposta facoltà del lavoratore preteso “creditore” di sottrarsi alla verifica, se non per serie e comprovate ragioni, quale l’indifferibile necessità di recarsi presso un luogo diverso dal proprio domicilio, e considerato l’obbligo di cooperazione in capo all’assicurato per la realizzazione del fine di rilevanza pubblica di impedire abusi di tutela. Altresì, l’allontanamento dall’abitazione indicata all’ente previdenziale quale luogo di permanenza durante la malattia è giustificato solo quando tempestivamente comunicato agli organi di controllo; diversamente, se tale comunicazione sia stata omessa o sia tardiva, pur non venendo meno automaticamente il diritto, l’omissione o il ritardo devono a loro volta essere giustificati (Corte di Cassazione, sentenza 9 novembre 2002, 15766).
Nella fattispecie la Corte di appello ha fondato la propria decisione senza procedere allo specifico accertamento delle peculiarità delle circostanze che sole giustificano l’assenza e che risiedono nella necessaria dimostrazione dell’indifferibilità della allontanamento dal proprio domicilio.