Riscatto dei corsi universitari: efficacia retroattiva anche per i periodi da valutare con il contributivo

L’efficacia retroattiva dei riscatti è sussistente anche in relazione a quelli da valutare con il sistema contributivo. Di qui, è possibile che, in forza del riscatto con onere determinato con il criterio a percentuale, si acquisisca la decorrenza della pensione in data antecedente a quella della domanda di riscatto; in tal caso, però, la misura dei ratei di pensione compresi tra la data di decorrenza della pensione e la data della domanda di riscatto, va determinata senza considerare nel montante contributivo individuale i contributi relativi al periodo riscattato (Inps, circolare 22 gennaio 2020, n. 6).

Come noto, l’onere per il riscatto dei corsi universitari di studio è determinato in base alle norme che disciplinano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo, tenuto conto della collocazione temporale dei periodi oggetto di riscatto (art. 2, D.Lgs. n. 184/1997). Di qui, per i periodi in relazione ai quali trova applicazione il sistema retributivo, si applica il criterio della riserva matematica. Per i periodi da valutare con il sistema contributivo, invece, rilevano le aliquote contributive di finanziamento vigenti nel regime ove il riscatto opera, alla data di presentazione della domanda, da applicarsi alla retribuzione assoggettata a contribuzione nei dodici mesi meno remoti rispetto alla data della domanda. In alternativa, per il solo riscatto del corso universitario da valutare nel sistema contributivo, in base a quanto disposto dall’articolo 2, comma 5-quater, del D.Lgs. n. 184/1997, introdotto dal D.L. n. 4/2019, l’onere è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al minimale annuo per i soggetti iscritti alle Gestioni degli artigiani e commercianti (art. 1, co. 3, L. n. 233/1990), moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’AGO per i lavoratori dipendenti (cd. “riscatto agevolato”).
Ciò premesso, l’efficacia retroattiva dei riscatti, confermata espressamente dalla prassi Inps (circolare n. 12/1996) e dalla giurisprudenza (Corte di Cassazione – S.U., sentenza n. 3667/1995) con specifico riferimento ai riscatti con onere determinato tramite la modalità di calcolo della riserva matematica, deve ritenersi sussistente anche in relazione a quelli da valutare con il sistema contributivo, fatti salvi i limiti emergenti dalla normativa di riferimento. Pertanto, ai fini della maturazione del diritto a pensione, i periodi oggetto del riscatto in argomento vanno considerati nella loro collocazione temporale, esplicando effetti giuridici come se fossero stati tempestivamente acquisiti alla posizione assicurativa dell’interessato, salvo che per la rivalutazione del montante individuale dei contributi, avente effetto dalla “data della domanda di riscatto” (art. 2, co 5, D.Lgs. n. 184/1997).
È dunque possibile che, in forza del riscatto con onere determinato con il criterio a percentuale, si acquisisca la decorrenza della pensione (liquidata col sistema contributivo o misto) in data antecedente a quella della domanda di riscatto. In tal caso, però, la misura dei ratei di pensione compresi tra la data di decorrenza della pensione e la data della domanda di riscatto, va determinata senza considerare nel montante contributivo individuale i contributi relativi al periodo riscattato. Fa eccezione l’ipotesi in cui il montante relativo al riscatto sia determinante affinché l’importo dell’assegno raggiunga i limiti minimi di importo fissati dalla legge per la liquidazione della pensione; in tal caso, infatti, la decorrenza della stessa non può essere antecedente alla domanda di riscatto. Inoltre, in ogni caso, i periodi riscattati che si collochino nel sistema contributivo vanno sempre esclusi dalla determinazione della retribuzione media pensionabile per il calcolo delle quote retributive della pensione (c.d. “neutralizzazione”).
In ordine, poi, alle modalità di determinazione dell’onere nei casi in cui per la collocazione temporale dei periodi dovrebbe adottarsi il criterio della riserva matematica, ma per effetto dell’opzione per il calcolo esclusivamente contributivo della pensione, i periodi medesimi sono valutati con il sistema contributivo (art. 1, co. 23, L. n. 335/1995), rileva il momento di presentazione della domanda di riscatto e dell’opzione. In particolare, se quest’ultima precede l’istanza di riscatto, l’onere è determinato secondo il criterio del calcolo a percentuale. Peraltro, l’accettazione dell’onere determinato con il diverso criterio, per effetto dell’esercizio della facoltà di opzione in parola, rende irrevocabile l’opzione stessa, a nulla rilevando che essa sia esercitata al momento del pensionamento ovvero nel corso della vita lavorativa (Inps, messaggio n. 219/2013). Anche qualora l’interessato eserciti l’opzione e successivamente accetti il riscatto, per effetto del quale raggiunga un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31 dicembre 1995, l’opzione rimane ferma e irrevocabile.
Infine, per le lavoratrici che optano per la liquidazione del trattamento pensionistico di anzianità secondo le regole di calcolo del sistema contributivo (cd. “opzione donna”), è sussistente la facoltà di chiedere che l’onere di riscatto dei periodi, che in assenza dell’opzione in parola sarebbe stato determinato con il sistema della riserva matematica, sia determinato secondo il criterio del calcolo a percentuale. Tuttavia, è necessario che la domanda di riscatto sia presentata all’atto del pensionamento, ossia contestualmente alla domanda di pensione recante la scelta della lavoratrice di accesso alla c.d. opzione donna.

Irripetibilità dell’indebito pensionistico: inapplicabilità del principio ai trattamenti previdenziali

L’indennità di mobilità è, di certo, trattamento previdenziale ma non pensionistico, con connotazione di tipica prestazione di sicurezza sociale volta al sostegno economico di chi si trova in stato di bisogno. Di qui, nel caso di pagamenti erroneamente effettuati dall’Inps, non risulta applicabile il principio di irripetibilità dell’indebito pensionistico, anche considerando la specialità della norma di legge, il che ne esclude l’interpretazione analogica e la sua applicazione a qualunque prestazione previdenziale (Corte di Cassazione, sentenza 02 dicembre 2019, n. 31373)

Una Corte d’appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di primo grado, aveva accolto la domanda proposta dagli eredi di un lavoratore nei confronti dell’INPS, ritenendo insussistente il diritto dell’Istituto alla ripetizione dei ratei dell’assegno ordinario di invalidità erogati, per avere percepito il dante causa, nel medesimo periodo, anche il trattamento di mobilità, senza effettuare l’opzione per l’uno o l’altro trattamento. La Corte territoriale, ricondotta l’erogazione della doppia prestazione ad un errore imputabile all’Istituto, consistito nella mancata valutazione di dati ad esso noti o comunque disponibili e verificabili, nonchè ravvisata la buona fede del percettore delle due prestazioni, ha ritenuto applicabile la previsione per cui, in caso di errore di qualsiasi natura in sede di attribuzione, erogazione o riliquidazione della prestazione, non si fa luogo al recupero delle somme corrisposte, salvo che l’indebita percezione sia dovuta a dolo dell’interessato (art. 52, L. n. 88/1989).
Avverso la sentenza ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando la non conformità a diritto della pronunzia resa dalla Corte di merito e assumendo che la previsione normativa citata (art. 52, L. n. 88/1989) debba riferirsi esclusivamente a prestazioni pensionistiche in tutto o in parte non dovute o a trattamenti di famiglia. Di qui, vertendo la fattispecie in tema di pagamenti effettuati senza titolo (indennità di mobilità indebitamente percepita), si imponeva il riferimento alla ordinaria disciplina codicistica dell’indebito oggettivo.
Per la Suprema Corte il ricorso è da accogliere.
L’iniziativa dell’Ente previdenziale volta al recupero della somma, ha avuto ad oggetto i ratei dell’indennità di mobilità riscossi dal dante causa, titolare dell’assegno ordinario di invalidità, per il periodo in cui il medesimo aveva esercitato l’opzione in favore dell’assegno ordinario di invalidità. E’ dunque in riferimento al trattamento previdenziale di mobilità, indebitamente goduto dall’assicurato, che occorre verificare la corretta o falsa applicazione del disposto normativo.
Orbene, il trattamento di mobilità è, di certo, trattamento previdenziale ma non pensionistico, con connotazione di tipica prestazione di sicurezza sociale volta al sostegno economico di chi si trova in stato di bisogno. Tanto basterebbe per escludere la fattispecie in esame dall’alveo di applicabilità del principio di irripetibilità dell’indebito pensionistico.
In ogni caso, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, il carattere eccezionale della disposizione sull’indebito implica che essa non sia suscettibile di interpretazione analogica ed esclude la sua applicazione a qualunque prestazione previdenziale (Corte di Cassazione, sentenza n. 28517/2008), per le quali occorre, invece, fare riferimento alla disciplina generale dell’indebito oggettivo (art. 2033 c.c.).

Esposizione all’amianto, la domanda Inps condizione di proponibilità dell’azione giudiziaria

In riferimento al procedimento giudiziario inteso al riconoscimento del diritto alla rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, la domanda amministrativa della prestazione all’Inps, unico ente legittimato a concedere il beneficio, è condizione di proponibilità di quella giudiziaria, a nulla rilevando la domanda di rilascio della certificazione inoltrata all’INAIL, con esito negativo.

Una Corte d’Appello territoriale, confermando la sentenza di prime cure, aveva dichiarato improponibile per mancanza della preventiva domanda amministrativa all’Inps, la domanda giudiziaria proposta da alcuni lavoratori dipendenti per il conseguimento del beneficio pensionistico consistente nella rivalutazione dei periodi di lavoro per esposizione decennale all’amianto (art. 13, co. 8, L. n. 257/1992).
La Corte territoriale, a fondamento della decisione, aveva osservato che l’oggetto della causa non atteneva al diritto al ricalcolo della prestazione pensionistica ma concerneva, piuttosto, il riconoscimento di un beneficio previdenziale dotato di una propria autonomia. Nella fattispecie, era pacifica la mancanza della domanda amministrativa all’INPS, che non era sanabile.
Ricorrono così in Cassazione i lavoratori, lamentando che non era prevista l’obbligatorietà dalla domanda amministrativa all’INPS in quanto non era richiesta una prestazione, ma l’accertamento di un diritto. Altresì, i ricorrenti deducono che la finalità deflattiva del contenzioso, che secondo la Corte territoriale era il presupposto logico della preventiva domanda amministrativa, fosse superata dal fatto che gli accertamenti INAIL erano stati negativi e, dunque, l’interesse ad ottenere una pronuncia giudiziale fosse attuale e concreto.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato.
Il beneficio in parola prevede che, ai fini del conseguimento delle prestazioni pensionistiche, i periodi di lavoro soggetti all’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, derivanti dall’esposizione all’amianto gestita dall’INAIL, laddove superino i 10 anni, siano moltiplicati per il coefficiente 1,5 (art. 13, co. 8, L. n. 257/1992). Peraltro, a decorrere dal 1° ottobre 2003 (art. 47, co. 1, D.L. n. 269/2003), il predetto coefficiente è ridotto a 1,25 e si applica ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime.
Orbene, secondo costante orientamento, con riferimento al procedimento giudiziario inteso al riconoscimento del diritto alla rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, la domanda amministrativa della prestazione all’Ente erogatore (art. 7, L. n. 533/1973), è condizione di proponibilità di quella giudiziaria (ex multis, Corte di Cassazione, ordinanza n. 3746/ 2016). In particolare, la relativa domanda amministrativa deve essere presentata all’INPS, unico ente legittimato a concedere il beneficio previdenziale e non è fungibile rispetto alla domanda inoltrata all’INAIL, diretta unicamente al rilascio della certificazione di esposizione all’amianto.
Per altro verso, poi, alla fattispecie in esame deve comunque applicarsi la decadenza dall’azione giudiziaria (art. 47, D.P.R. n. 639/1970), mentre non rilevano i principi affermati dalle Sezioni unite (Corte di Cassazione, sentenza n. 12720/2009), circa l’inapplicabilità della decadenza per l’azione di riliquidazione delle prestazioni riconosciute solo in parte ai pensionati, poiché ciò che si fa valere non è il diritto alla rivalutazione dell’ammontare dei singoli ratei pensionistici erroneamente liquidati, bensì il diritto ad un beneficio che, seppure strumentale ad essi, è dotato di una sua specifica individualità e autonomia, in quanto operante sulla contribuzione ed ancorato a presupposti propri e distinti (Corte di Cassazione, sentenza 3 febbraio 2012, n. 1629).
Da ultimo, nell’ipotesi di mancanza della domanda amministrativa di rivalutazione contributiva per esposizione all’amianto, non è applicabile la previsione (art. 443, c.p.c.) che impone di attendere, una volta proposta la domanda amministrativa, nonché il ricorso amministrativo avverso la decisione sfavorevole assunta dell’ente competente, l’esaurimento dei procedimenti previsti per la composizione della questione in sede amministrativa (Corte di Cassazione, sentenza del 10 maggio 2017, n. 11438).