NASpI e trattamenti pensionistici anticipati, il regime decadenziale

Con circolare n. 88 del giugno 2019, l’Inps illustra i profili decadenziali relativi al rapporto tra alcune prestazioni a sostegno del reddito e i trattamenti pensionistici anticipati (pensione “quota 100”, pensione anticipata, “opzione donna” e lavoratori precoci).

Come noto, in via sperimentale, ai soggetti che perfezionano un’età anagrafica non inferiore a 62 anni e un’anzianità contributiva non inferiore a 38 anni, nel periodo compreso tra il 2019 e il 2021, è attribuita la facoltà di conseguire il diritto alla pensione “quota 100”, con diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico trascorso il periodo previsto per l’apertura della “finestra”, diversificata in base al datore di lavoro ovvero alla gestione previdenziale a carico della quale è liquidato il trattamento pensionistico. Orbene, poiché tra le ipotesi di decadenza dalla fruizione dell’indennità NASpI, vi è il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato, occorre distinguere a tal riguardo tra:
– soggetti che, pur perfezionando i requisiti per il pensionamento, non richiedono l’accesso al trattamento di pensione quota 100: per essi le domande di NASpI, ricorrendone i presupposti, devono essere accolte; parimenti, i medesimi soggetti, che si trovino in corso di fruizione della NASpI, non decadono da detta prestazione;
– soggetti che richiedono l’accesso al trattamento di pensione quota 100: per i soggetti che siano stati ammessi, la decadenza dalla NASpI opera dalla prima decorrenza utile della prestazione di pensione. Detto criterio comporta la reiezione delle domande di NASpI per le quali la fruizione dell’indennità dovrebbe decorrere contemporaneamente o successivamente alla prima decorrenza utile della pensione.
Con riferimento invece alle altre prestazioni a sostegno del reddito – indennità di mobilità ordinaria e in deroga, prestazioni integrative della NASpI e della mobilità e prestazioni di assegno emergenziale erogate dai fondi di solidarietà – la decadenza dalle medesime opera a far tempo dal primo giorno del mese in cui decorre il trattamento pensionistico.
Evidentemente, anche per i soggetti che maturano i requisiti contributivi per la pensione anticipata e che conseguono il diritto al trattamento trascorsi 3 mesi dalla maturazione dei predetti requisiti, è possibile fruire della NASpI fino alla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico.
Ed ancora, identico principio vale per le lavoratrici (“opzione donna”) che hanno maturato, entro il 31 dicembre 2018, un’anzianità contributiva minima di 35 anni e un’età anagrafica minima di 58 anni, se dipendenti, e di 59 anni, se autonome, che possono accedere alla pensione anticipata secondo le regole di calcolo del sistema contributivo, trascorsi:
– 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti, nel caso in cui il trattamento pensionistico sia liquidato a carico delle forme di previdenza dei lavoratori dipendenti;
– 18 mesi dalla data di maturazione dei requisiti, nel caso in cui il trattamento sia liquidato a carico delle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi.
Nel caso di lavoratori “precoci”, che prevedono una fase di riconoscimento dei requisiti distinta dall’accesso al beneficio, qualora i soggetti in questione, nelle more del completamento e della definizione dell’iter di riconoscimento delle condizioni, risultino fruitori del trattamento NASpI, la decadenza dalla suddetta prestazione opera dalla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico anticipato. Diversamente, laddove tale decorrenza, indicata nella comunicazione di riconoscimento del beneficio, sia antecedente alla data di invio della comunicazione stessa e, alla medesima data, il beneficio pensionistico non sia stato ancora richiesto, la decadenza dalla NASpI opera dal primo giorno del mese successivo a quello in cui viene inviata, dall’Istituto, la comunicazione di riconoscimento di accesso al beneficio. Resta fermo che l’avvenuta erogazione del trattamento pensionistico rende, in ogni caso, incompatibile la percezione della NASpI.
Infine, nell’ipotesi di coesistenza del diritto all’indennità di disoccupazione NASpI ed all’assegno ordinario di invalidità, per cui è previsto il diritto di opzione tra trattamento di disoccupazione e quello di invalidità limitatamente al periodo di disoccupazione indennizzato, la titolarità dell’assegno ordinario, ancorché sospeso per opzione in favore della NASpI, non consente l’accesso alla pensione anticipata, sicché non ricorre la condizione per la decadenza dalla NASpI (ovvero, il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento anticipato). Viceversa, in caso di raggiungimento del requisito per la pensione di vecchiaia, trova applicazione il regime decadenziale.

Omesso versamento ritenute previdenziali, la “particolare tenuità del fatto” può escludere la punibilità

La causa di non punibilità per “particolare tenuità del fatto” (art. 131-bis, co. 1, c.p.) è applicabile a tutte le tipologie di reato, incluso il reato di omesso versamento di ritenute previdenziali, per il quale è prevista una soglia di punibilità di 10.000 euro; in tale ambito, tuttavia, essa può essere applicata solo se gli importi omessi superano di poco l’ammontare di tale soglia, in considerazione del fatto che il grado di offensività che integra il reato è già stato valutato dal Legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale (Corte di Cassazione, sentenza 10 giugno 2019, n. 25537)

Una Corte di appello territoriale, in parziale riforma della pronuncia emessa dal Tribunale di primo grado, aveva ridotto la pena inflitta a un datore di lavoro, in relazione al reato di omesso versamento all’Inps delle ritenute assistenziali e previdenziali (art. 2, co. 1-bis, D.L. 12 settembre 1983, n. 463) operate sulle retribuzioni dei dipendenti per le mensilità da aprile a novembre 2011.
Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione l’imputato, lamentando che la causa di non punibilità (importo omesso non superiore ad euro 10.000) sarebbe stata esclusa in ragione della reiterazione delle condotte omissive, in netto contrasto con il recente indirizzo giurisprudenziale.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. Al riguardo, nei reati per i quali sia prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale (art. 131-bis, co. 1, c.p.). L’abitualità è sussistente, tra l’altro, laddove l’autore abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate (art. 131-bis, co. 3, c.p.). Di qui, la Corte di merito aveva negato al ricorrente tale causa di non punibilità sul presupposto della “reiterazione della condotta criminosa che induce a sottovalutare la contenuta entità del superamento della soglia di legge”.
Secondo invece l’orientamento consolidato, il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali si configura come una fattispecie connotata da una progressione criminosa nel cui ambito, superato il limite di legge, le ulteriori omissioni consumate nel corso del medesimo anno si atteggiano a momenti esecutivi di un reato unitario a consumazione prolungata, la cui definitiva cessazione coincide con la scadenza del termine previsto per il versamento dell’ultima mensilità, ovvero, con la data del 16 gennaio dell’anno successivo. Dunque, si tratta di reato unico che si consuma al superamento della soglia di euro 10.000,00 e per cui non è configurabile la reiterazione per ogni singolo omesso versamento nell’anno di riferimento. D’altra parte, la norma penale si riferisce evidentemente soltanto a quelle condotte che già di per sé costituiscono reato, anche isolatamente valutate. E comunque la causa di non punibilità per la “particolare tenuità del fatto” è applicabile a tutte le tipologie di reato, anche ai reati per i quali è prevista una soglia di punibilità. In tale ambito, tuttavia, la causa di non punibilità può essere applicata solo se gli importi omessi superano di poco l’ammontare di tale soglia (10.000,00 euro nel caso specifico), in considerazione del fatto che il grado di offensività che integra il reato è già stato valutato dal Legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale.

Rendita vitalizia per i contributi omessi e prescritti: focus sui profili istruttori dell’istanza

Come noto, la costituzione della rendita vitalizia (art. 13, L. n. 1338/1962) consente, previa esibizione di prove rigorose, di versare un onere a copertura dei periodi di lavoro la cui contribuzione sia stata omessa e non sia recuperabile per il decorso dei termini di prescrizione. Orbene, con circolare n. 78/2019, l’Inps fornisce chiarimenti in merito all’istruttoria delle relative istanze, oltre ad un breve riepilogo delle norme che regolano l’istituto.

La costituzione della rendita vitalizia presuppone una omissione contributiva in relazione all’obbligo assicurativo per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti (IVS), che non sia più suscettibile di recupero da parte dell’Inps per maturata prescrizione. Oltre che ai rapporti di lavoro subordinato, l’istituto in parola è esteso a:
– familiari coadiuvanti e coadiutori dei titolari di imprese artigiane e commerciali;
– collaboratori del nucleo coltivatore diretto, diversi dal titolare, e collaboratori dei nuclei colonici e mezzadrili;
– coloro che pur essendo soggetti al regime di assicurazione obbligatoria nella Gestione separata, non sono però obbligati al versamento diretto della contribuzione, perché la propria quota è trattenuta e versata direttamente dal committente.
Tanto premesso, ai fini della costituzione di rendita vitalizia è necessario che siano presentati documenti di data certa dai quali possa evincersi l’effettiva esistenza del rapporto di lavoro, nonché la sua natura. La documentazione deve essere redatta all’epoca dello svolgimento del rapporto di lavoro o anche in epoca successiva, purché risalente rispetto all’epoca della domanda di rendita vitalizia,. Quale che sia la documentazione (a titolo esemplificativo, libretti di lavoro, benserviti, libri paga, etc.), essa deve avere sempre precisi requisiti di forma e di contenuto, al fine di evitare la costituzione di posizioni assicurative fittizie. In sostanza, l’esistenza del rapporto di lavoro deve apparire non verosimile, ma certa. La documentazione, datata e debitamente sottoscritta da colui che ne è l’autore, deve essere completa in ogni sua parte ed integra, priva di abrasioni, alterazioni o cancellazioni. Le dichiarazioni ora per allora non sono idonee a provare l’esistenza del rapporto di lavoro. La documentazione deve essere presentata in originale o copia debitamente autenticata da pubblico ufficiale. Non sono utilizzabili le attestazioni di conformità all’originale redatte dall’interessato, dal datore di lavoro o da altri soggetti privati. È ammessa tuttavia la dichiarazione sostitutiva del fatto che la copia di un atto o di un documento conservato o rilasciato da una Pubblica Amministrazione o la copia di titoli di servizio siano conformi all’originale.
L’omissione contributiva va dimostrata però fornendo anche la prova dell’effettivo svolgimento della prestazione lavorativa nel periodo per cui si chiede la costituzione della rendita, della qualifica posseduta e della misura della retribuzione. Fermo restando la prova dell’esistenza del rapporto sulla base di documenti aventi data certa, gli aspetti della durata, continuità della prestazione lavorativa e qualifica, possono essere dimostrati anche con “altri mezzi di prova”, tra i quali la testimonianza. Il testimone deve rappresentare fatti oggetto della propria percezione diretta e dunque deve anche attestare le ragioni di come sia venuto a conoscenza di tali fatti in modo da offrire elementi di riscontro. Possono essere valutate le dichiarazioni rilasciate da:
– dipendenti di appartenenza regolarmente assicurati nel periodo per il quale rendono testimonianza;
– datore di lavoro;
– familiari che siano titolari o collaboratori nell’impresa nel periodo oggetto di riscatto.
La dichiarazione testimoniale deve essere resa, con piena assunzione di responsabilità, anche di natura penale, dichiarando eventuali rapporti di coniugio, unione civile o convivenza, parentela, affinità, affiliazione, dipendenza con la parte interessata ovvero eventuali interessi nei fatti sui quali rende la propria dichiarazione. In ogni caso, la testimonianza non può essere utilizzata per provare la retrodatazione dell’inizio o la posticipazione della fine di un rapporto di lavoro, allorquando il documento che ne prova l’esistenza indica in modo non equivoco la data di inizio e fine.
Nel contesto dell’istruttoria di rendita vitalizia non è comunque possibile riconoscere l’esistenza o la durata di un rapporto di lavoro o della prestazione lavorativa che siano stati già oggetto di disconoscimento in sede ispettiva.
I criteri introdotti devono essere applicati a:
– domande ancora giacenti alla data del 29 maggio 2019 (data di pubblicazione della circolare n. 78/2019), oltre che, naturalmente, a quelle presentate in data successiva. Eventuali domande già respinte possono essere riesaminate su richiesta degli interessati presentata nei termini di legge;
– ricorsi amministrativi pendenti alla predetta data.