Trasferimento credito IVA nel contesto dell’apporto di immobili locati: chiarimenti

L’apporto di una plurità di immobili prevalentemente locali è assimilabile al conferimento o alla cessione d’azienda ed è quindi possibile trasferire l’intero credito IVA maturato in capo al conferente con le medesime modalità previste per le operazioni straordinarie (Agenzia Entrate – risposta n. 71/2018).

Ai fini dell’IVA, delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, gli apporti ai fondi immobiliari chiusi, costituiti da una pluralità di immobili prevalentemente locati al momento dell’apporto, si considerano fuori campo IVA in quanto compresi tra le operazioni di conferimento d’azienda o di rami d’azienda.
In caso di conferimento o cessione d’azienda è possibile trasferire non solo il credito IVA risultante dalla dichiarazione annuale, ma anche il credito IVA maturato dall’inizio dell’anno in cui è avvenuta l’operazione di cessione fino alla data in cui quest’ultima produce effetti. In presenza di operazioni straordinarie o altre trasformazioni sostanziali soggettive (fusione, scissione, conferimento, cessione o donazione di azienda, successione ereditaria, ecc.) si verifica, infatti, ai fini IVA, una situazione di continuità tra i soggetti partecipanti all’operazione.
Gli obblighi e i diritti derivanti dall’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto, relativi alle operazioni realizzate tramite le aziende o i complessi aziendali trasferiti, sono assunti dalle società beneficiarie del trasferimento. La conferente perde, dunque, ogni legittimazione in ordine al credito IVA, che entra nella piena disponibilità della conferitaria, con la conseguenza che la conferente non può chiedere il rimborso dell’IVA pagata in eccedenza, spettando alla conferitaria il recupero dello stesso, attraverso, alternativamente, la richiesta di rimborso o l’utilizzo in compensazione.
Ciò posto, considerata l’assimilazione dell’apporto di una pluralità di immobili prevalentemente locati con il conferimento o cessione d’azienda, è confermata la possibilità di trasferire l’intero credito IVA (al netto dei soli importi compensati fino alla data dell’apporto), maturato in capo alla conferente, con le medesime modalità adottate nel caso di operazioni straordinarie.

Paga l’IRAP il professionista che si avvale di collaboratori

In tema di IRAP, è soggetto all’imposta il medico convenzionato con il SSN che si avvale, nell’esercizio della propria attività, di un infermiere e di due collaboratori (Corte di Cassazione – Sez. VI civ. – Ordinanza 19 novembre 2018, n. 29722).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della CTR per aver rigettato l’appello proposto dal Fisco nei confronti del professionista, svolgente attività di medico di Medicina Generale in convenzione con il SSN, avverso la sentenza della CTP, che aveva accolto il ricorso del contribuente contro il silenzio-rifiuto formatosi sull’istanza di rimborso delle somme corrisposte a titolo di IRAP.
La sentenza impugnata, pur richiamando il principio di diritto più volte affermato, secondo cui “il requisito dell’autonoma organizzazione di cui all’art. 2 del d.lgs. n. 446/1997, quale presupposto impositivo dell’Irap, ricorre quando il contribuente: «a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segretaria ovvero meramente esecutive», non risulta averne fatto corretta applicazione nella fattispecie in esame.
Infatti, a fronte dell’affermazione secondo cui il dott. B. «si è avvalso, per sua stessa ammissione, di un infermiere e di un collaboratore informatico», oltre che «di un collaboratore di studio», senza approfondire neppure la natura di detta collaborazione e le modalità di reclutamento del suddetto personale, ha escluso la sussistenza del presupposto impositivo dell’IRAP in ragione della generica affermazione che i costi sostenuti per il suddetto lavoro altrui «non sono un valido indicatore ai fini dell’imposta sulle attività produttive, ma si ascrivono allo svolgimento dell’attività di medico di base in forma associata».
Il contribuente ha asserito che i costi per i compensi così prestati a terzi costituirebbero la quota a lui incombente nell’ambito della spese per il personale infermieristico e di segreteria per lo svolgimento di attività di medicina di gruppo, senza che tuttavia risulti tempo e luogo della relativa deduzione nell’ambito del giudizio di merito, che avrebbe dovuto portare all’esclusione della sussistenza del presupposto impositivo in relazione ai principi specificamente affermati, in relazione alla partecipazione alla c.d. medicina di gruppo.
La sentenza impugnata va pertanto cassata in accoglimento del ricorso, con rinvio alla Commissione tributaria regionale in diversa composizione, dovendo la CTR specificamente accertare se la giustificazione di detti costi da parte del contribuente nell’ambito del servizio di medicina generale in convenzione col SSN, ove reso nella forma associata della c.d. medicina di gruppo, abbia costituito oggetto di specifica allegazione e prova da parte del contribuente, onde dimostrare, secondo l’onere probatorio cedente a suo carico, l’insussistenza delle condizioni per l’assoggettamento ad IRAP per gli anni in contestazione, secondo i principi espressi in materia dalle succitate pronunce delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

Passaggio al regime forfetario per i contribuenti minimi

Non essendo previsto alcun vincolo di permanenza nel regime di vantaggio per coloro che già lo applicavano prima del 31 dicembre 2014, si può scegliere – avendone i requisiti – di applicare per l’anno 2018 il regime forfetario. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 20 novembre 2018, n. 72).

Nel documento in oggetto il contribuente istante ha avviato un’attività di consulenza amministrativa nel 2014 avvalendosi del “regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità”, avendone, a suo avviso, i requisiti, chiede ora se possa aderire al regime forfetario.
Il “regime forfetario” di determinazione del reddito è modulato in ragione della tipologia di attività esercitata e dei ricavi o compensi realizzati. (legge 23 dicembre 2014, n. 190).
In particolare, al verificarsi dei presupposti disposti dalla norma, sul reddito determinato forfetariamente, tenendo conto del tipo di attività svolta, si applica un’imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi e delle relative addizionali nella misura del 15 per cento – ridotta al 5 per cento per i primi 5 anni di attività.
Al fine di razionalizzare i regimi di favore disposti per i contribuenti di minore dimensione, è stata prevista l’abrogazione dei previgenti regimi (regime fiscale agevolato per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo; regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità; regime dei contribuenti minimi  ed il naturale passaggio al regime forfetario). Con riguardo al solo regime fiscale di vantaggio, tuttavia, è stato disposta una deroga, prevedendo che i soggetti che nel periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2014 si avvalgono del regime fiscale di vantaggio possono continuare ad avvalersene per il periodo che residua al completamento del quinquennio agevolato e comunque fino al compimento del trentacinquesimo anno di età. Successivamente è stato poi prorogato per il periodo d’imposta 2015. Il regime di vantaggio è stato, quindi, definitivamente abrogato a partire dal 1° gennaio 2016.
I contribuenti che già applicavano il regime di vantaggio potevano continuare ad avvalersene fino alla naturale scadenza (compimento del quinquennio ovvero del trentacinquesimo anno di età) oppure transitare nel regime forfetario fruendo, altresì, dell’aliquota del 5 per cento per gli anni che residuavano alla fine del quinquennio, poiché “fino al 31 dicembre 2014, il regime fiscale di vantaggio, era il regime naturale dei contribuenti in possesso dei requisiti previsti dalla relativa disciplina, che potevano accedervi senza porre in essere particolari adempimenti preventivi”, coloro che sceglievano di rimanervi negli anni successivi non erano soggetti al vincolo di permanenza che normalmente ricorre in caso di opzione per un regime d’imposta diverso da quello naturale.
Il regime di vantaggio è, infatti, diventato opzionale e, quindi, vincolante per almeno un triennio, solo per coloro che hanno iniziato l’attività nel 2015 e hanno deciso di avvalersene.
Tutto ciò premesso, non essendo previsto alcun vincolo di permanenza nel regime di vantaggio per coloro che già lo applicavano prima del 31 dicembre 2014, l’istante può scegliere – avendone i requisiti – di applicare per l’anno 2018 il regime forfetario di cui alla legge n. 190 del 2014.
Peraltro, avendo avviato la propria attività nel 2014, l’istante può, altresì, usufruire dell’aliquota del 5 per cento per i periodi che residuano al compimento del quinquennio (ossia per il solo anno 2018).

Escluso l’abuso per una scissione totale non proporzionale asimmetrica

Con la Risposta all’interpello n. 70/2018, l’Agenzia delle Entrate ha fornito parere favorevole all’ipotesi di una scissione totale non proporzionale asimmetrica di una società, in favore di tante società beneficiarie unipersonali appositamente costituite quanti sono i suoi soci, seguita dalle fusioni per incorporazione delle singole beneficiarie da parte delle rispettive società controllanti in regime di neutralità fiscale.

È stata sottoposta all’Agenzia delle Entrate istanza di interpello riguardante una scissione totale non proporzionale asimmetrica di una società (Gamma) in favore di tante società beneficiarie unipersonali appositamente costituite quanti sono i suoi soci, seguita dalle fusioni per incorporazione delle singole beneficiarie da parte delle rispettive società controllanti (già socie di Gamma). All’esito di tali operazioni emerge che a fronte dello scioglimento di Gamma, si realizza in sostanza la ripartizione “proporzionale” delle azioni Beta detenute dalla scissa tra i soci di quest’ultima, ai quali è trasferito anche il controllo su Beta, le cui modalità di esercizio restano immutate in virtù del patto parasociale stipulato tra la quasi totalità degli ex soci Gamma.
Rispondendo all’interpello l’Agenzia delle Entrate ha evidenziato che il medesimo assetto economico può essere direttamente conseguito attraverso un’unica operazione, rappresentata dalla scissione di Gamma direttamente a favore dei propri soci in regime di neutralità fiscale e con conseguente trasferimento pro-quota delle perdite fiscali ai rispettivi soci.
Tuttavia, a prescindere dalle ragioni economiche alla base della scelta operata, anche le operazioni effettuate (scissioni e fusioni) hanno usufruito del regime di neutralità fiscale e realizzato il trasferimento pro-quota delle perdite fiscali conseguite da Gamma a favore dei rispettivi soci, anche se per il tramite delle beneficiarie all’uopo costituite.
Di conseguenza, precisa l’Agenzia, la scissione totale a favore di tante beneficiarie unipersonali appositamente costituite quanti sono i soci della Gamma e la successiva incorporazione di queste da parte della società totalmente controllante, non comporta il conseguimento di alcun vantaggio fiscale che possa essere qualificato come indebito, dal momento che nell’ipotesi alternativa sopra prospettata si sarebbero ugualmente verificati effetti fiscalmente neutrali, al pari di quelli difatti verificatisi.
In tal caso, peraltro, resta ferma la valutazione in ordine alla eventuale sussistenza dei requisiti per ravvisare il commercio di cd. “bare fiscali”, che deve formare oggetto di differente interpello disapplicativo.

Contratto di affitto d’azienda: la forma non pregiudica gli effetti fiscali

Con la recente Ordinanza n. 29551 del 16 novembre 2018, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale, anche in caso di irrituale formazione del contratto di affitto di azienda, l’atto si considera esistente nei confronti del Fisco, conservando sotto il profilo fiscale gli effetti della locazione.

FATTO

L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente contestando l’omessa presentazione della dichiarazione IVA e la mancata applicazione dell’IVA su merci vendute, come conseguenza della asserita inesistenza del contratto di affitto di azienda, derivante dalla redazione non rituale del contratto stesso.
In particolare, l’Ufficio ha accertato l’esistenza di un primo contratto d’affitto d’azienda, ritualmente formato e registrato, in cui non risulta indicato il trasferimento delle rimanenze di merci, e di un secondo, successivo, contratto d’affitto azienda con un canone maggiorato e comprensivo anche delle rimanenze di merci, ma non registrato e non redatto in forma pubblica o con scrittura privata autenticata. Considerando il secondo contratto inesistente, per vizio di forma, l’Ufficio ha dedotto che le merci fossero oggetto di una vera e propria cessione, con conseguente assoggettamento ad IVA, e imputazione del corrispettivo a ricavi del periodo d’imposta, anziché parte dei beni d’azienda concessa in locazione.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Riformando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione ha affermato che ai fini fiscali l’esistenza del contratto di affitto d’azienda, prescinde dalla circostanza che l’atto sia ritualmente formato.
Secondo la normativa, per le imprese soggette a registrazione i contratti che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà o il godimento dell’azienda devono essere provati per iscritto. Tali contratti, in forma pubblica o per scrittura privata autenticata, devono essere depositati per l’iscrizione nel registro delle imprese, nel termine di trenta giorni, a cura del notaio rogante o autenticante.
In proposito, la Corte di Cassazione ha affermato che la forma scritta per il contratto di affitto d’azienda è richiesta dalla norma solo “ad probationem”, e dunque con effetti limitati al processo ed alle sole parti contraenti, mentre ai fini tributari l’atto, a differenza di quanto si verifica per quelli che richiedono la forma scritta “ad substantiam”, deve essere considerato ontologicamente esistente per il Fisco, a prescindere dalla sussistenza, in concreto, della forma ritualmente stabilita dal codice civile. A conferma di ciò, precisano i giudici della Suprema Corte, il Fisco è tenuto altresì a registrare d’ufficio i contratti verbali di affitto di azienda.
Tale principio affermato dalla Cassazione assume particolare rilievo proprio in relazione agli effetti prodotti dal contratto di affitto d’azienda riguardo alla tassazione dei proventi ed ai risultati derivanti dal trasferimento dei beni aziendali, considerato che in caso di inesistenza del contratto di affitto si configura, per il Fisco, una cessione a cui corrisponde un diverso regime fiscale.
Nel caso esaminato, dunque, sulla base delle suddette considerazioni, la Corte di Cassazione ha affermato l’esistenza nei confronti del Fisco del secondo contratto di affitto d’azienda nonostante l’irrituale formazione dello stesso, e di conseguenza, l’illegittimità della pretesa tributaria.

Iscrizione a ruolo se non c’è dichiarazione IVA

In materia di omessa presentazione della dichiarazione annuale Iva, è legittima l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e l’emissione di cartella di pagamento. È onere del contribuente dimostrare nel giudizio di impugnazione della cartella che la deduzione d’imposta riguarda acquisti fatti da un soggetto passivo del tributo a cui sono stati assoggettati (Corte di Cassazione – Sez. VI civ. – Ordinanza 16 novembre 2018, n. 29490).

L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, impugnando la sentenza resa dalla CTR che ha confermato la pronunzia di primo grado con la quale era stata ritenuta l’illegittimità della cartella emessa a carico della società sas per il disconoscimento di un credito IVA portato in compensazione dalla contribuente in assenza di presentazione della dichiarazione dei redditi.
La Suprema Corte ha ritenuto fondato il motivo di ricorso, in base al seguente principio di diritto:”In fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA, è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento, ben potendo il fisco operare, con procedura automatizzata, un controllo formale che non tocchi la posizione sostanziale della parte contribuente e sia scevro da profili valutativi e/o estimativi e da atti d’indagine diversi da mero raffronto con dati ed elementi in possesso dell’anagrafe tributaria, ai sensi degli articoli 54-bis e 60 D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (fatta salva, nel successivo giudizio d’impugnazione della cartella, l’eventuale dimostrazione a cura del contribuente che la deduzione d’imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati a IVA e finalizzati a operazioni imponibili)”.
Sulla base di tale principio, il ricorso dell’Agenzia va accolto, avendo la CTR erroneamente escluso la possibilità di utilizzare la procedura del controllo c.d. formale per la ripresa a tassazione di un credito disconosciuto dall’Amministrazione.

IVA sui servizi nell’ambito della produzione di energia

Per il Fisco le operazioni relative alle quote di emissione, in quanto riconducibili alle cessioni di diritti immateriali, si qualificano come prestazioni di servizio. Il predetto inquadramento non viene meno per effetto della riconducibilità delle predette quote di emissione tra gli strumenti finanziari. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 19 novembre 2018, n. 69)

Nel documento in oggetto la società istante svolge l’attività di acquisto, vendita e commercio di elettricità e gas naturale nel mercato italiano dell’energia sia nei confronti di clienti finali, che di grossisti. Nell’ambito della predetta attività, la società procede alla trasformazione di gas naturale in energia elettrica, grazie al servizio di “tolling” fornito da centrali elettriche  possedute e gestite da altre due società (c.d. Tollee). La suddetta attività di trasformazione energetica è regolamentata tramite contratti di tolling e sub-tolling.
In merito alla qualificazione ai fini IVA delle quote di emissione di gas a effetto serra si ritiene che le operazioni relative alle quote di emissione, in quanto riconducibili alle cessioni di diritti immateriali, si qualificano come prestazioni di servizio. Il predetto inquadramento non viene meno per effetto della riconducibilità delle predette quote di emissione tra gli strumenti finanziari.
Le quote di emissione costituiscono, ai fini IVA, beni immateriali la cui compravendita costituisce una prestazione di servizi da assoggettare ad IVA, con l’aliquota ordinaria del 22 per cento. Alla stessa torna applicabile il reverse charge ai sensi dell’art. 17, comma 6, lett. d-bis), del D.P.R. n. 633 del 1972.
Il trasferimento delle quote di emissione, dal Toller o dal Sub-Toller al Tollee, unitamente al pagamento della Tolling fee, è parte del complessivo corrispettivo (in parte in natura e in parte in denaro) dovuto al Tollee per la prestazione di trasformazione del gas in energia elettrica.
Conseguentemente, ai fini del trattamento IVA dell’operazione di trasferimento delle quote di emissione, rileva l’art. 11 del D.P.R. n. 633 del 1972, secondo cui “Le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate in corrispondenza di altre cessioni di beni o prestazioni di servizi, o per estinguere precedenti obbligazioni, sono soggette all’imposta separatamente da quelle in corrispondenza delle quali sono effettuate”. Per effetto di tale disposizione, nell’ipotesi di operazioni permutative, si prescinde dall’unitarietà del contratto stipulato tra le parti e ciascuna operazione – effettuata in corrispettivo di un’altra – deve essere assoggettata alla propria disciplina fiscale e la base imponibile delle singole operazioni è pari al valore normale – determinato ai sensi dell’art. 13, comma 2, lett. d), del D.P.R. n. 633 del 1972 – dei beni o servizi che formano oggetto delle operazioni stesse.
Con riguardo alle somme dovute dal Sub-Toller ai Tollee, laddove non risulti adempiuta, nei loro confronti, l’obbligazione di trasferimento delle quote di emissione, si ritiene che le stesse, in quanto dovute a titolo penalità per irregolarità nell’adempimento degli obblighi assunti convenzionalmente, non concorrano a formare la base imponibile dell’operazione, ai sensi dell’art. 15, comma 1, n. 1), del D.P.R. n. 633 del 1972.

Dichiarazione Iva: se omessa, la compensazione crediti è illegittima

In assenza di presentazione della dichiarazione annuale è legittimo il disconoscimento di un credito Iva portato in compensazione (Corte di cassazione – ordinanza n. 29490/2018).

In caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA, è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento, ben potendo il fisco operare, con procedura automatizzata, un controllo formale che non tocchi la posizione sostanziale della parte contribuente e sia scevro da profili valutativi e/o estimativi e da atti d’indagine diversi da mero raffronto con dati ed elementi in possesso dell’anagrafe tributaria. È fatta salva l’eventuale dimostrazione a cura del contribuente che la deduzione d’imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati a IVA e finalizzati a operazioni imponibili.

Non è quindi esclusa la possibilità di utilizzare la procedura del controllo formale per la ripresa a tassazione di un credito disconosciuto dal fisco.

Fatturazione elettronica: il sistema viola il regolamento privacy

Nell’ambito del nuovo sistema di fatturazione elettronica obbligatorio dal 1° gennaio 2019, così come regolato dall’Agenzia delle Entrate, i trattamenti dei dati contenuti nelle fatture presentano profili di criticità che possono violare la normativa in materia di protezione dei dati. Con il Provvedimento n. 481 del 15 novembre 2018, dunque, il Garante della privacy ha avvertito l’Agenzia delle Entrate di introdurre i necessari adeguamenti al processo di trasmissione, consultazione e conservazione delle fatture elettroniche.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha osservato che il nuovo sistema di fatturazione elettronica obbligatorio dal 1° gennaio 2019, così come regolato dall’Agenzia delle Entrate, prevede il trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali su larga scala, potenzialmente relativo ad ogni aspetto della vita quotidiana dell’intera popolazione, che realizza una sproporzionata raccolta di informazioni esposte al rischio di uso improprio da parte di terzi.
Di conseguenza, ha avvertito l’Agenzia delle Entrate di provvedere ad introdurre i necessari cambiamenti al sistema di fatturazione elettronica, affinché i conseguenti trattamenti dei dati risultino conformi alle prescrizioni in materia di protezione dei dati personali prima che gli obblighi di fatturazione elettronica siano pienamente operativi.
Come accennato dal 1° gennaio 2019 scatta l’obbligo di fatturazione elettronica obbligatoria per tutte le cessioni di beni e prestazioni di servizi comunque effettuate tra soggetti residenti o stabiliti in Italia, sia nei rapporti tra due operatori Iva (operazioni Business to Business, cd. “B2B”), sia per le operazioni effettuate verso un consumatore finale (operazioni Business to Consumer, cd. “B2C”), con eccezione degli operatori che rientrano nei cd. “regimi di vantaggio” e “regimi forfetari”, e dei piccoli produttori agricoli già esonerati dall’emissione di fattura.
Ecco una sintesi delle principali criticità del sistema di trattamento dei dati individuati dal Garante della privacy:

OMESSA VALUTAZIONE DI IMPATTO
I provvedimenti attuativi del nuovo sistema di fatturazione elettronica sono stati adottati senza la preventiva consultazione del Garante della privacy, nonostante il nuovo obbligo di fatturazione elettronica determini un trattamento sistematico di dati personali su larga scala, anche di categorie particolari di dati, potenzialmente relativi ad ogni aspetto della vita quotidiana, che presenta un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati. Per tale rischio è richiesta l’effettuazione di una valutazione di impatto.

ASSENZA DI MISURE DI GARANZIA PER I CONTENUTI DELLE FATTURE
Secondo il processo di fatturazione elettronica, nella fase successiva al recapito delle fatture elettroniche in qualità di “postino”, l’Agenzia delle Entrate archivia la fattura vera e propria in formato XML. Dunque, non solo i dati necessari ad assolvere gli obblighi fiscali, ma anche informazioni di dettaglio riguardanti elementi ulteriori, che consentono di individuare i beni e i servizi ceduti, con la descrizione delle prestazioni, i rapporti fra cedente e cessionario e altri soggetti, riferiti anche a sconti applicati, fidelizzazioni, abitudini di consumo, oltre a dati obbligatori imposti da specifiche normative di settore, con particolare riguardo ai trasporti, alle forniture di servizi energetici o di telecomunicazioni (tipologie dei consumi, fatturazione dettagliata, regolarità dei pagamenti, appartenenza a particolari categorie di utenti), ovvero categorie di dati particolari e giudiziari, rilevabili da fatture elettroniche emesse da operatori attivi nel settore sanitario o giudiziario. A fronte della presenza di informazioni non rilevanti ai fini fiscali, è necessario individuare specifiche misure di garanzia volte ad assicurare il rispetto dei principi di limitazione della finalità, minimizzazione e riservatezza.

CONSULTAZIONE DELLE FATTURE B2C
Nelle operazioni B2C, vale a dire nei confronti dei consumatori, la scelta di rendere disponibili tutte le fatture elettroniche in formato XML sul portale dell’Agenzia, anche in assenza di una puntuale richiesta degli stessi, nonostante il diritto di ottenerne una copia, digitale o analogica, direttamente dall’operatore, comporta un ingiustificato incremento dei rischi per i diritti e le libertà di tutti i privati cittadini, insiti in un trattamento massivo e informatizzato di dati accessibili tramite un applicativo web. Tale impostazione predefinita determina un’imprescindibile trattamento, da parte dell’Agenzia delle entrate, di dati non obbligatori a fini fiscali relativi alla totalità dei cittadini, compresi coloro che, non rinunciando a ricevere la fattura direttamente dal fornitore, non intenderanno avvalersi del servizio messo a disposizione sul portale dell’Agenzia.

INTERMEDIARI DELEGATI ALLA GESTIONE DELLA FATTURAZIONE
Con riferimento agli intermediari delegabili per la trasmissione, la ricezione e la conservazione delle fatture, considerato che alcuni di essi operano anche nei confronti di una moltitudine di imprese, si realizza un accentramento di enormi masse di dati personali con un aumento dei rischi, non solo per la sicurezza delle informazioni, ma anche relativi a ulteriori usi impropri, grazie a possibili collegamenti e raffronti tra fatture di migliaia di operatori economici.

SISTEMI DI TRASMISSIONE E RECAPITO DELLE FATTURE ELETTRONICHE
Il Garante della privacy ha riscontrato criticità legate alla mancata cifratura della fattura elettronica, per quanto riguarda i profili di sicurezza in relazione alle modalità di trasmissione delle fatture elettroniche tramite lo SDI e gli altri servizi offerti dall’Agenzia delle Entrate (come la conservazione dei dati), ovvero per l’utilizzo della PEC per lo scambio delle fatture, in considerazione della possibile memorizzazione dei documenti sui server di posta elettronica.

Il Decreto Emergenze è legge

Convertito in legge, in fase di pubblicazione nella G.U., il D.L. n. 109/2018 recante disposizioni urgenti per la città di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze.

Nello specifico, tra gli interventi urgenti per il sostegno e la ripresa economica del territorio del Comune di Genova, sono disposte le seguenti misure fiscali:
– con riferimento ai fabbricati oggetto di ordinanze di sgombero, a specifiche condizioni, l’esenzione Irpef, Ires, Irap, Tasi e Imu;
– l’esclusione da imposizione diretta dei contributi, degli indennizzi e dei risarcimenti ottenuti da privati a seguito del crollo del ponte Morandi;
– l’esenzione dal pagamento dell’imposta di bollo e dell’imposta di registro per le istanze, i contratti e i documenti presentati alla pubblica amministrazione fino al 31 dicembre 2020, in conseguenza del crollo e relativi ai predetti immobili;
– l’esenzione dall’imposta di successione, dalle imposte e tasse ipotecarie e catastali e dall’imposta di bollo per gli immobili demoliti o dichiarati inagibili a seguito del crollo;
– la sospensione dal 14 agosto 2018 fino al 31 dicembre 2019 dei termini di notifica delle cartelle di pagamento, di quelli per la riscossione degli atti di accertamento esecutivo, dei termini previsti per le attività esecutive da parte degli agenti della riscossione, nonché termini di prescrizione e decadenza relativi all’attività degli enti creditori, se le predette attività sono destinate ai soggetti residenti o che hanno sede o unità locali negli immobili sgomberati o danneggiati a seguito del crollo;
– l’esenzione dal pagamento delle forniture di energia elettrica, gas, acqua e telefonia comprensive sia degli oneri generali di sistema che degli eventuali consumi, relativamente al periodo che va dall’ordinanza di inagibilità o dell’ordinanza sindacale di sgombero fino alla revoca delle medesime.
Inoltre, il decreto istituisce nell’ambito del territorio della città metropolitana di Genova una zona franca, per le imprese che hanno la sede principale o una sede operativa all’interno di essa godono di specifiche agevolazioni.

In relazione agli interventi nei territori dei Comuni di Casamicciosa Terme, Forio, Lacco Ameno dell’Isola di Ischia interessati dagli eventi sismici verificatisi il giorno 21 agosto 2017, il Decreto-Genova convertito:
– proroga ed estende l’ambito di applicazione di alcune agevolazioni introdotte dal D.L. n. 148/2017 e dalla Legge di Bilancio 2018. Le agevolazioni riguardano le imposte sui redditi, l’IMU, la TASI, la TARI, il rimborso di mutui contratti dai comuni, la sospensione del pagamento delle rate dei mutui e dei finanziamenti contratti dai privati, la facoltà di assunzione di personale in deroga ai vincoli assunzionali;
– consente l’esenzione del pagamento delle forniture di energia elettrica, gas, acqua e telefonia, con appositi provvedimenti adottati dalle rispettive autorità di settore;
– prevede la sospensione del pagamento del canone di abbonamento alle radioaudizioni fino al 31 dicembre 2020 e il recupero delle somme oggetto di sospensione – senza applicazione di sanzioni e interessi – dal 1° gennaio 2021;
– sospende i termini relativi agli adempimenti e ai versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria (contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali) in scadenza nel periodo 29 settembre 2018 – 31 dicembre 2020;
– dispone la sospensione di termini per la notifica di cartelle di pagamento e per la riscossione di somme dovute a enti creditori.