Detrazione per interessi passivi su mutui: termini posticipati dall’emergenza covid-19

In considerazione dei divieti e dei blocchi negli spostamenti delle persone imposti dalle misure anti-Covid19, deve ritenersi prorogato di un corrispondente periodo, il termine di un anno per adibire l’immobile ad abitazione principale, ai fini del riconoscimento della detrazione degli interessi passivi sul mutuo ipotecario contratto per l’acquisto (Agenzia delle Entrate – Risposta 19 ottobre 2020, n. 485)

QUESITO

Il caso posto all’esame dell’Agenzia delle Entrate riguarda l’acquisto di un’unità immobiliare adiacente alla propria abitazione principale da accorpare a quest’ultima.
Per tale acquisto è stato contratto mutuo ipotecario.
A causa dell’emergenza epidemiologica da covid-19 i lavori di accorpamento hanno subito dei ritardi, tali da non poterlo rendere possibile entro il termine di un anno dall’acquisto stabilito ai fini del riconoscimento della detrazione fiscale degli interessi passivi pagati per il mutuo ipotecario.
Viene posto il quesito circa la possibilità di applicare al caso di specie la sospensione dei termini, nel periodo compreso tra il 23 febbraio 2020 e il 31 dicembre 2020, stabilita dal cd. “Decreto liquidità” (art. 24, DL n. 23 del 2020) per gli adempimenti previsti ai fini del mantenimento del beneficio “prima casa”, ammettendo che i lavori di accorpamento siano conclusi entro il 30 dicembre 2020.

DISCIPLINA AGEVOLATIVA

La disposizione che disciplina la detrazione IRPEF degli interessi passivi su mutui ipotecari (art. 15, co. 1, lett. b) del TUIR) stabilisce che il beneficio è riconosciuto per gli interessi passivi e relativi oneri accessori pagati in dipendenza di mutui ipotecari contratti per l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale entro un anno dall’acquisto stesso.
In caso di lavori di ristrutturazione edilizia sull’immobile acquistato, comprovata dalla relativa concessione edilizia o atto equivalente, la detrazione spetta a decorrere dalla data in cui l’unità immobiliare è adibita a dimora abituale, e comunque entro due anni dall’acquisto.
Il mancato rispetto dei suddetti termini, determina la decadenza dal beneficio, salvo che ricorra una causa di forza maggiore, vale a dire quando si verifica e sopravviene un impedimento oggettivo non prevedibile e tale da non poter essere evitato. In altri termini, un ostacolo all’adempimento dell’obbligazione, caratterizzato da non imputabilità alla parte obbligata, inevitabilità e imprevedibilità dell’evento.

PARERE DEL FISCO

L’Agenzia delle Entrate esclude l’applicabilità della sospensione dei termini delle agevolazioni prima casa, prevista dal cd. “Decreto liquidità”, poiché la norma non include i termini in materia di detrazioni IRPEF, bensì solo quelli previsti da altre disposizioni agevolative in materia di imposta di registro. Trattandosi di una norma eccezionale e come tale di stretta interpretazione, non è estensibile oltre i casi e i tempi in essa considerati.
Tuttavia, riconosce comunque una causa di impossibilità a rispettare il termine non dipendente da volontà del contribuente, né dallo stesso prevedibile.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate osserva che nel caso in esame l’immobile risulta acquistato a luglio 2019, mentre non risulta una concessione edilizia o atto equivalente che consenta di applicare il maggior termine di due anni per adibire l’immobile ad abitazione principale. Di conseguenza, secondo la norma sopra indicata, l’immobile avrebbe dovuto essere adibito a dimora abituale entro luglio 2020.
Di fatto, però, l’accorpamento all’abitazione principale già posseduta è risultato impossibile, a causa dei ritardi dei lavori causati dall’emergenza epidemiologica di Covid-19.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, l’emergenza da covid-19 si configura come causa di forza maggiore che non esclude, in linea di principio, la spettanza della detrazione.
In altri termini, detta causa di forza maggiore è idonea a impedire la decadenza dall’agevolazione se accaduta in pendenza del termine entro cui stabilire la dimora abituale nell’immobile.
Più precisamente, tenuto conto che la destinazione dell’immobile a dimora abituale deve essere effettiva e richiede l’espletamento di attività (ad es. trasloco mobili, acquisto mobili, spostamento difficoltoso di persone), e che i divieti e i blocchi negli spostamenti delle persone imposti dal 23 febbraio al 2 giugno 2020 dalle misure di contenimento dell’epidemia da Covid-19 hanno reso impossibili tali attività, l’Agenzia delle Entrate ritiene possibile fruire della detrazione per gli interessi passivi sul mutuo ipotecario, a condizione che l’immobile sia adibito a dimora abituale entro un tempo pari a un anno dal rogito, maggiorato del periodo sopra indicato.
Nella caso in esame, tenuto conto che la causa di forza maggiore si è verificata in pendenza del termine entro cui stabilire la residenza nell’immobile, l’istante potrà fruire di una proroga del termine per un tempo corrispondente alla durata della causa di forza maggiore (dal 23 febbraio al 2 giugno 2020) che ha impedito o rallentato le attività propedeutiche alla destinazione dell’immobile a dimora abituale.

La notifica è valida anche se la firma è illeggibile

In caso di notifica a mezzo posta, la firma illeggibile del consegnatario sull’avviso di ricevimento non rende invalida la notifica, bensì costituisce presunzione di avvenuta consegna al destinatario, salvo querela di falso (Corte di Cassazione – Ordinanza 16 ottobre 2020, n. 22514)

IL CASO

La controversia trae origine dal provvedimento di iscrizione ipotecaria eseguita dal concessionario della riscossione sull’immobile di proprietà del contribuente, per crediti tributari iscritti a ruolo, oggetto di precedenti cartelle di pagamento non pagate, né impugnate.
Il ricorso, con il quale il contribuente ha eccepito l’omessa notifica delle cartelle di pagamento, è stato accolto dai giudici tributari, i quali hanno ritenuto invalida la notifica delle cartelle esattoriali presupposte all’iscrizione ipotecaria.
L’irregolarità della notifica, secondo i giudici, risultava dalla non intelligibilità della firma apposta sugli avvisi di ricevimento dalla persona alla quale gli atti erano stati consegnati dall’ufficiale postale e dalla mancata identificazione del consegnatario attraverso le caselle apposte sugli avvisi anzidetti.
Su ricorso del concessionario della riscossione, però, la Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Secondo le disposizioni che disciplinano la notifica delle cartelle di pagamento (art. 26, DPR n. 602 del 1973), la stessa può essere notificata dagli ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge ovvero, previa eventuale convenzione tra comune e concessionario, dai messi comunali o dagli agenti della polizia municipale.
La notifica può essere eseguita anche mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento. In tal caso, la cartella è notificata in plico chiuso e la notifica si considera avvenuta nella data indicata nell’avviso di ricevimento sottoscritto dal destinatario o da persone di famiglia o addette alla casa, all’ufficio o all’azienda.

In base alla previsione dell’art. 7 della Legge n. 890 del 1982, l’operatore postale consegna il piego nelle mani proprie del destinatario, anche se dichiarato fallito.
Se la consegna non può essere fatta personalmente al destinatario, il piego è consegnato, nel luogo indicato sulla busta che contiene l’atto da notificare, a persona di famiglia che conviva anche temporaneamente con lui ovvero addetta alla casa ovvero al servizio del destinatario, purché il consegnatario non sia persona manifestamente affetta da malattia mentale o abbia età inferiore a quattordici anni. In mancanza delle persone indicate al periodo precedente, il piego può essere consegnato al portiere dello stabile ovvero a persona che, vincolata da rapporto di lavoro continuativo, è comunque tenuta alla distribuzione della posta al destinatario.
L’avviso di ricevimento e di documenti attestanti la consegna debbono essere sottoscritti dalla persona alla quale è consegnato il piego e, quando la consegna sia effettuata a persona diversa dal destinatario, la firma deve essere seguita, su entrambi i documenti summenzionati, dalla specificazione della qualità rivestita dal consegnatario, con l’aggiunta, se trattasi di familiare, dell’indicazione di convivente anche se temporaneo. Se il piego non viene consegnato personalmente al destinatario dell’atto, l’operatore postale dà notizia al destinatario medesimo dell’avvenuta notificazione dell’atto a mezzo di lettera raccomandata.
Se il destinatario o le persone alle quali può farsi la consegna rifiutano di firmare l’avviso di ricevimento pur ricevendo il piego, ovvero se il destinatario rifiuta il piego stesso o di firmare documenti attestanti la consegna, il che equivale a rifiuto del piego, l’operatore postale ne fa menzione sull’avviso di ricevimento indicando, se si tratti di persona diversa dal destinatario, il nome ed il cognome della persona che rifiuta di firmare nonché la sua qualità, appone la data e la propria firma sull’avviso di ricevimento che è subito restituito al mittente in raccomandazione, unitamente al piego nel caso di rifiuto del destinatario di riceverlo. Analogamente, la prova della consegna è fornita dall’addetto alla notifica nel caso di impossibilità o impedimento determinati da analfabetismo o da incapacità fisica alla sottoscrizione.

In proposito, la Corte di Cassazione ha chiarito che nel caso di notifica a mezzo del servizio postale, ove l’atto sia consegnato all’indirizzo del destinatario a persona che abbia sottoscritto l’avviso di ricevimento, con grafia illeggibile, nello spazio relativo alla firma del destinatario o di persona delegata, e non risulti che il piego sia stato consegnato dall’agente postale a persona diversa dal destinatario tra quelle indicate dall’art. 7 della Legge n. 890 del 1982, la consegna deve ritenersi validamente effettuata a mani proprie del destinatario, fino a querela di falso, a nulla rilevando che nell’avviso non sia stata sbarrata la relativa casella e non sia altrimenti indicata la qualità del consegnatario.
Tale ipotesi, precisa la Corte Suprema, non integra le ipotesi di nullità della notifica disciplinate dal codice di procedura civile, applicabili agli atti tributari (art. 160 c.p.c.).
In particolare, evidenziano i giudici della Suprema Corte, gli avvisi di ricevimento si palesano suscettibili di provare, fino a querela di falso, la consegna degli atti ove ricorrano le seguenti condizioni:
– gli atti risultino consegnati all’indirizzo del destinatario;
– il consegnatario dell’atto abbia apposto la propria firma (ancorché illeggibile) nello spazio dell’avviso di ricevimento relativo alla firma del destinatario o di persona delegata.

Riscatto agevolato del corso di laurea per dipendenti in esodo

Il Fisco fornisce chiarimenti sul trattamento fiscale dei contributi previdenziali necessari per il riscatto agevolato del corso di laurea versati dal datore di lavoro per conto dei dipendenti in esodo (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposte 21 ottobre 2020, n. 490)

L’incentivo all’esodo, comprensivo della quota destinata a riscattare i periodi d’istruzione universitaria, dovrà essere assoggettato a tassazione separata con l’aliquota applicata al Trattamento di Fine Rapporto.

In relazione al trattamento ai fini IRES dell’emolumento in esame, l’Amministrazione finanziaria invece è dell’avviso che il riconoscimento della somma da destinare al pagamento dei contributi previdenziali necessari per il riscatto agevolato del corso di laurea, configurandosi come una forma di incentivo all’esodo, costituisca una controprestazione per agevolare la risoluzione consensuale del rapporto ed abbia, quindi, una specifica connessione con il rapporto di lavoro, con conseguente deducibilità come componente negativo del reddito di impresa.