Conciliazioni successive a diffida accertativa: prevale sempre l’accertamento dall’organo ispettivo

Nel caso di emissione di diffida accertativa per crediti patrimoniali, eventuali accordi conciliativi, che siano intervenuti prima della validazione della diffida o in fase successiva, non possono avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo.

Come noto, qualora nell’ambito dell’attività di vigilanza emergano inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo degli Ispettorati del lavoro diffida il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti. Entro 30 giorni dalla notifica della diffida accertativa, il datore di lavoro può promuovere tentativo di conciliazione presso l’Ispettorato territoriale del lavoro. In caso di accordo, risultante da verbale sottoscritto dalle parti, il provvedimento di diffida perde efficacia; decorso, invece, inutilmente il termine predetto o in caso di mancato raggiungimento dell’accordo, il provvedimento di diffida acquista efficacia di titolo esecutivo, con provvedimento del Direttore dell’Ispettorato territoriale del lavoro.
Ciò premesso, sono pervenute all’Ispettorato nazionale del lavoro richieste di chiarimento riguardanti i casi di possibili interferenze tra il procedimento di emanazione e convalida della diffida accertativa per crediti patrimoniali e le procedure di conciliazione svolte presso l’Ispettorato territoriale del lavoro (art. 410 c.p.c.), in sede sindacale (art. 411 c.p.c.) o nelle forme della risoluzione arbitrale (art. 412 c.p.c.). In particolare, vengono in rilievo sia ipotesi in cui, successivamente all’emanazione della diffida accertativa ma prima della sua validazione, sia sottoscritto dalle parti un verbale di conciliazione tra quelli sopra menzionati, sia casi in cui la conciliazione intervenga dopo la validazione della diffida accertativa.
Al riguardo, si chiarisce che la conciliazione sulle retribuzioni non può avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo, in misura non inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo.
Altresì, non è mai possibile dare rilievo ad accordi conciliativi intervenuti in forme diverse da quella prescritta in sede di diffida accertativa, sia nel caso in cui esse intervengano prima della validazione della diffida accertativa che in fase successiva.

Diritto alla pensione di anzianità e soluzione di continuità fra successivi rapporti di lavoro

La cessazione del rapporto di lavoro costituisce una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione del trattamento pensionistico, sicché per conseguirne il diritto è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione relativa di simulazione della risoluzione del rapporto di lavoro, che può essere vinta mediante il ricorso a indici idonei a provare il carattere novativo del rapporto

Una Corte d’appello territoriale, riformando la sentenza del Tribunale di prime cure, ha accolto la domanda proposta da un lavoratore, tesa all’accertamento del diritto a fruire della pensione di anzianità revocata dall’Inps in ragione del divieto di cumulo della stessa pensione con i redditi derivanti da attività lavorativa. Al riguardo, il Tribunale aveva escluso che il ricorrente avesse cessato il proprio rapporto di lavoro prima del pensionamento, dal momento che egli aveva continuato a lavorare alle dipendenze dello stesso datore di lavoro con le stesse mansioni ed alle stesse condizioni, senza soluzione di continuità tra la formale cessazione del rapporto del 28 febbraio 2002 e la instaurazione del nuovo rapporto il 1° marzo 2002. Secondo la Corte territoriale, invece, pur essendo necessaria, al fine di conseguire il diritto alla pensione di anzianità, la cessazione del rapporto di lavoro, tale circostanza, nel caso di specie, doveva ritenersi provata attraverso la produzione del libretto di lavoro, la corresponsione del TFR e la produzione dei prospetti paga. Tali fonti di prova dimostravano che il rapporto di lavoro era cessato alla data del 28 febbraio 2002, mentre la pensione era stata liquidata con effetto dal 1° marzo 2002 ed anche se nella stessa data l’appellante è stato nuovamente assunto dalla stessa società, non era necessario subordinare la liquidazione della pensione alla sussistenza di un lasso temporale minimo tra la cessazione del rapporto di lavoro ed il successivo reimpiego.
Avverso tale sentenza ricorre l’Inps, deducendo che la Corte territoriale avesse erroneamente escluso la necessità del requisito della inoccupazione vigente al momento della domanda di pensione di anzianità, presentata dal lavoratore il 25 febbraio 2002.
Resiste con controricorso il lavoratore che eccepisce, fra l’altro, l’inammissibilità del ricorso per acquiescenza alla sentenza ora impugnata realizzatasi per l’avvenuta comunicazione della liquidazione degli importi pretesi, prima ancora della pubblicazione della sentenza.
Per la Suprema Corte il motivo di ricorso è infondato. Secondo l’orientamento giurisprudenziale, il requisito della inoccupazione era ricavabile dalla disposizione di legge per cui le pensioni di anzianità a carico dell’AGO dei lavoratori dipendenti ed autonomi e delle forme di essa sostitutive, nonché i trattamenti anticipati di anzianità delle forme esclusive, non erano cumulabili con redditi da lavoro dipendente, nella loro interezza, e, in parte, con quelli da lavoro autonomo. Il fatto che poi la legge avesse consentito il cumulo tra pensione di anzianità e redditi da lavoro dipendente non toglie che la prestazione non poteva essere erogata se non dopo la cessazione del rapporto di lavoro, che è un requisito indefettibile, prescritto dalla norma che ha introdotto la pensione di anzianità. La cessazione del rapporto di lavoro costituisce, infatti, una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione della prestazione sociale, sicché per conseguire il diritto al trattamento pensionistico è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione di simulazione di risoluzione del rapporto di lavoro al momento del pensionamento. Tale presunzione, tuttavia, può essere vinta mediante il ricorso a potenziali indici sintomatici, idonei a provare il carattere realmente novativo del rapporto di lavoro successivo al pensionamento.

Vendita al dettaglio di prodotti agricoli: precisazioni sull’inquadramento previdenziale

Si forniscono precisazioni sul corretto inquadramento, ai fini dell’assoggettamento a contribuzione agricola unificata, dei soggetti che vendono direttamente al dettaglio i prodotti agricoli e alimentari appartenenti ad uno o più comparti agronomici diversi da quelli dei prodotti della propria azienda, purché direttamente acquistati da altri imprenditori agricoli.

La Legge di bilancio 2019, nel confermare la possibilità di esercitare la vendita al dettaglio dei prodotti agricoli e alimentari da parte degli imprenditori agricoli, singoli o associati, ha specificato che tali prodotti possono anche appartenere ad uno o più comparti agronomici diversi da quelli dei prodotti della propria azienda ovvero che i prodotti oggetto della vendita al dettaglio possono essere diversi da quelli provenienti dalle colture e/o allevamenti di animali normalmente e ordinariamente praticati dai produttori presso le proprie aziende e, pertanto, acquistati sul mercato.
Tuttavia, vi sono due condizioni: a) i prodotti destinati alla rivendita al dettaglio devono essere direttamente acquistati da altri imprenditori agricoli; b) il fatturato derivante dalla vendita dei prodotti provenienti dalla propria azienda deve essere prevalente rispetto al fatturato proveniente dal totale dei prodotti acquistati da altri imprenditori agricoli. Relativamente alla condizione a) è necessaria l’assenza di qualsivoglia attività di intermediazione commerciale, pertanto il trasferimento dei prodotti da destinare alla vendita al dettaglio deve avvenire direttamente tra due imprenditori agricoli.
Quanto alla condizione b), il concetto di prevalenza è riferito al solo fatturato e non alla quantità di prodotti acquistati da altri imprenditori agricoli, pertanto, qualora quest’ultima sia maggiore della quantità destinata alla vendita proveniente dalla propria azienda, la seconda condizione sopracitata è comunque rispettata se il fatturato dei prodotti acquistati da altri imprenditori agricoli e destinati alla vendita al dettaglio è inferiore al fatturato dei prodotti propri.
Visto che l’attività di vendita al dettaglio dei prodotti agricoli e alimentari deve essere svolta da soggetti che esercitano come attività principale quella di produzione agricola, possono essere considerate tali le aziende tenute alla compilazione dei quadri F, G, H (terreni, allevamenti e macchine agricole) della D.A.
Per quanto concerne la compilazione del campo relativo al fabbisogno aziendale, nel quadro E del modello D.A., l’Inps evidenzia che nella quantificazione delle giornate lavorative previste vanno indicate quelle occorrenti per la coltivazione e l’allevamento e non sono ricomprese quelle relative all’attività di vendita al dettaglio. Queste ultime sono, invece, inserite nel campo “NOTE” del modello D.A.